I piccoli proprietari romani tornano dalle guerre rovinati, e l’esercito tradizionale basato sul censo rischia di restringersi proprio mentre i nemici premono ai confini. Nel 105 a.C. Cimbri e Teutoni annientano ottantamila legionari ad Arausio. È il disastro più grave dai tempi di Canne. Roma trema.
Ma c’è un uomo che viene da Arpino, senza grandi antenati, senza nome illustre. Gaio Mario è un homo novus che ha imparato a combattere sul campo, non nei salotti aristocratici. Per salvare Roma compie l’impensabile: apre l’esercito ai poveri, trasforma nullatenenti in professionisti, addestra i “muli di Mario” fino a renderli imbattibili. Poi li guida contro le orde barbariche e le annienta ad Aquae Sextiae e ai Campi Raudii.
Ma la sua riforma nasconde un veleno mortale. I soldati ora dipendono dal comandante, non dallo Stato. Mario diventa il più grande generale di Roma, console sette volte.
Eppure finirà i suoi giorni come esule braccato nelle paludi, poi come vendicatore sanguinario che riempie il foro di cadaveri. La Repubblica premia i salvatori, ma teme chi diventa troppo potente. E Mario ha creato l’arma che la distruggerà.