Gennaio 49 a.C. Gaio Giulio Cesare si ferma sulla riva del Rubicone. Dietro di lui la Gallia conquistata, un esercito devoto, dieci anni di gloria. Davanti l’Italia, Roma, il Senato che gli ordina di sciogliere le legioni. Tornare da privato significa processo e rovina. Esita, poi pronuncia: “Alea iacta esto” – sia lanciato il dado . Con la XIII legione attraversa il fiume. Roma non sarà più la stessa.
In otto anni ha conquistato la Gallia intera: battaglie impossibili vinte con genio tattico, il doppio assedio di Alesia che ancora oggi stupisce gli strateghi, ponti costruiti sul Reno in dieci giorni. Scrive il De Bello Gallico mentre combatte, trasformando la guerra in letteratura e sé stesso in leggenda vivente. Ma il prezzo è altissimo: un milione di morti secondo le sue stesse stime, tribù annientate, un impero costruito sul sangue.
Sconfigge Pompeo a Farsalo, seduce Cleopatra ad Alessandria, torna a Roma padrone assoluto. Dittatore perpetuo, riforma il calendario che usiamo ancora oggi, estende la cittadinanza, progetta il futuro. Ma vuole troppo: onori divini, statue tra gli dèi, il potere senza limiti. Il 15 marzo 44 a.C., ventitré pugnalate lo abbattono nella Curia di Pompeo. Muore ai piedi della statua del rivale che aveva distrutto.
Fu genio o tiranno? Salvatore o demolitore della Repubblica? Cesare dimostra che un uomo solo può cambiare il mondo – ma a quale costo? I congiurati credevano di restaurare la libertà uccidendolo. Invece hanno aperto la strada all’Impero. Il suo nome diventerà titolo per imperatori: Kaiser, Zar.
L’eredità di Cesare non è morta con lui. È appena iniziata.