
Nerone è morto. Tre imperatori si massacrano in diciotto mesi. Il Campidoglio brucia. Dal caos emerge un generale di sessant’anni, figlio della campagna sabina di Falacrinae, senza pedigree né pretese di grandezza — un uomo che nessuno avrebbe mai indicato come possibile imperatore.
Eppure Vespasiano raccolse un impero a pezzi e lo rimise in funzione. Riempì le casse tassando il commercio dell’urina — “pecunia non olet”, il denaro non puzza — e con quell’oro costruì il Colosseo esattamente dove Nerone aveva il suo parco privato. Dove il tiranno aveva preso per sé, il nuovo imperatore restituì al popolo.
Ordinò la distruzione di Gerusalemme e cambiò per sempre la storia religiosa del Mediterraneo. Scrisse in bronzo la prima costituzione imperiale di cui ci resta traccia. E sul letto di morte, nelle sue colline sabine, trovò ancora la forza di scherzare: “Ohibò, credo di stare diventando un dio.”
Con lui, per la prima volta, un uomo senza sangue imperiale governò Roma. Una porta che, una volta aperta, non si chiuse più.